L’Educazione finanziaria che parte dalla mente

7 consigli per non cadere nella trappola del riposo mai

“Ma in ferie da cosa?” Cit.

Ciao,

ragazzi, oggi voglio parlare di qualcosa che so essere divisivo. Lo faccio comunque, perché credo che certe cose vadano dette ad alta voce, anche quando non sono la posizione più comoda da esprimere.

C’è un aneddoto attribuito a Sergio Marchionne che viene citato spessissimo nelle riunioni aziendali italiane, quasi come un mantra di ispirazione manageriale.

Agosto 2004. Sergio Marchionne è appena diventato AD di una FIAT che perde 5 milioni di euro al giorno e rischia il fallimento. Entra negli uffici direzionali di Torino in pieno agosto e trova il deserto. Chiede dove siano finiti i direttori e i capi reparto e gli rispondono che sono tutti in ferie. Furioso, risponde: ‘Ma in ferie da cosa?’.

Questa frase viene raccontata, ripetuta, celebrata come l’emblema della dedizione assoluta, della passione che trascende il concetto stesso di pausa, della filosofia per cui se ami il tuo lavoro, non hai bisogno di staccartene.

Io non la condivido e lo dico chiaramente, sapendo di andare controcorrente rispetto a una narrazione che in Italia ha quasi assunto i contorni della venerazione e rischiando anche di perdere follower e lettori dell’editoriale.

Sergio Marchionne ha avuto innegabili meriti imprenditoriali, che non nego. Ha guidato FIAT in un momento difficilissimo, ha preso decisioni complesse, ha costruito alleanze internazionali importanti.

Non sto giudicando l’uomo nella sua interezza.

Sto criticando quella frase specifica, e soprattutto la filosofia che rappresenta, perché quella filosofia applicata acriticamente fa danni reali nella vita delle persone.

L’idea di fondo è questa: se ami davvero il tuo lavoro, non lo percepisci come un peso. Ed ecco che per molti manager il tempo trascorso a lavorare può essere equiparabile al tempo trascorso con la famiglia, non dando più importanza alla domenica, le festività, Natale, Pasqua, Ferragosto, focalizzandosi solo sul lavoro e il raggiungimento degli obiettivi.

Questa è una visione che condanno fermamente, perché vuole trasformare una condizione di squilibrio in una virtù da inseguire e imitare.

Voglio essere chiaro su un punto fondamentale: amare il proprio lavoro è sicuramente una benedizione. Chi ha la fortuna di fare qualcosa che sente proprio, che lo appassiona, che gli dà senso, ha un privilegio enorme che non tutti hanno.

Ma amare il proprio lavoro non significa, e non dovrebbe mai significare, smettere di avere bisogno di pause, di famiglia, di tempo libero, di assenza di produttività.

Il riposo non è la negazione della passione.

È la condizione necessaria perché quella passione si mantenga viva nel tempo, senza consumare la persona che la possiede.

Confondere queste due cose, amare il lavoro e non aver mai bisogno di staccarsene, è uno degli inganni più pericolosi della cultura aziendale contemporanea.

E non è un caso che venga proprio dall’alto perché questa narrazione, per chi gestisce un’azienda, è estremamente comoda. Se i dipendenti interiorizzano l’idea che fermarsi sia un segno di scarsa dedizione, lavoreranno di più, si lamenteranno di meno, e produrranno più valore per chi sta sopra di loro.

È una struttura di pensiero perfettamente funzionale a un sistema produttivo che misura le persone solo attraverso i numeri che generano.

Oggi la società ha progressivamente spostato il centro dell’attenzione dalla persona alla produzione: non sei quello che sei, sei quanto produci.

Non vali per la tua umanità ma per i risultati che porti a casa per l’azienda.

E in questo contesto, frasi come “ma in ferie da cosa?” diventano apparentemente sensate. Perché se il tuo valore si misura nella produttività, allora fermarsi sembra davvero uno spreco, un’incoerenza, quasi un tradimento verso quella stessa identità professionale che ti definisce.

Ma le persone non sono macchine.

E un sistema che non lo riconosce, che dimentica che esistono domeniche, festività, momenti in cui semplicemente non si deve produrre nulla, non è un sistema sano. È un sistema che logora.

Il benessere reale di una persona, e di una famiglia, non si misura nei risultati aziendali raggiunti ma nella qualità del tempo vissuto, nelle relazioni coltivate, nei momenti di pausa che permettono di tornare al lavoro (quando si torna) con energia, lucidità, motivazione vera, non esaurita.

7 consigli per non cadere nella trappola del riposo mai

1. Riconosci il riposo come parte del lavoro, non come sua negazione

Il tempo libero non è uno spreco produttivo. È la condizione che permette alla produttività di rigenerarsi. Chi non si ferma mai, prima o poi, produce meno anziché di più perché esaurisce le proprie risorse mentali ed emotive.

2. Distingui la passione dalla dipendenza

Amare il proprio lavoro è sano. Non riuscire mai a staccarsene è un campanello d’allarme, non un merito. Se ti senti in colpa quando ti fermi, probabilmente hai interiorizzato una narrazione tossica, non una vocazione autentica.

3. Proteggi le tue domeniche e le tue festività

Non sono concessioni che qualcuno ti fa. Sono diritti che ti appartengono. Difenderli non significa essere meno dedicati al proprio lavoro. Significa rispettare la propria natura umana.

4. Misura il tuo valore con criteri diversi dalla produttività

Sei un buon genitore? Un amico presente? Una persona capace di empatia? Questi valori non compaiono in nessun bilancio aziendale, ma sono quelli che davvero definiscono una vita ben vissuta.

5. Diffida delle narrazioni aziendali che premiano l’assenza di limiti

Quando un’azienda celebra chi non si ferma mai come modello da seguire, sta comunicando un messaggio preciso: il tuo tempo personale vale meno del nostro fatturato. Riconoscere questo messaggio è il primo passo per non assorbirlo.

6. Insegna ai tuoi figli che il riposo ha dignità

I bambini che crescono vedendo genitori sempre in funzione, mai fermi, sempre disponibili al lavoro e imparano che è normale, anzi auspicabile, vivere così. Mostra loro che fermarsi, godersi una domenica, festeggiare il Natale senza pensare alle email, è un valore e non una debolezza.

7. Ricorda che nessun successo professionale vale la perdita della propria vita

Le persone che a fine carriera guardano indietro raramente si rimproverano di aver lavorato troppo poco. Si rimproverano i momenti in famiglia persi, le festività passate davanti a un computer, le relazioni trascurate. Tienilo a mente prima che sia tardi per cambiare rotta.

Conclusione

Ricapitolando ecco i consigli da seguire:

  1. Riconosci il riposo come parte del lavoro, non come sua negazione
  2. Distingui la passione dalla dipendenza
  3. Proteggi le tue domeniche e le tue festività
  4. Misura il tuo valore con criteri diversi dalla produttività
  5. Diffida delle narrazioni aziendali che premiano l’assenza di limiti
  6. Insegna ai tuoi figli che il riposo ha dignità
  7. Ricorda che nessun successo professionale vale la perdita della propria vita

So che questa posizione divide e lo accetto consapevolmente.

Ma non posso accettare una narrazione che trasforma lo squilibrio in virtù e che fa sentire in colpa chi semplicemente vuole vivere una vita equilibrata con il lavoro al suo posto: importante ma non totalizzante.

“Ma in ferie da cosa?” non è una domanda ispiratrice.

È la sintesi perfetta di una visione che pone la produzione al centro e relega la persona ai margini.

E io, su questo, scelgo di schierarmi apertamente:

dalla parte della persona, sempre!!!

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Commenti

Una risposta a ““Ma in ferie da cosa?” Cit.”

  1. Avatar Raffaele
    Raffaele

    L’argomento effettivamente è molto divisivo. Diciamo che l’equilibrio è ciò che aggiusta tutto…

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